Le tre del mattino della mia anima

Lo ammetto con un po’ di imbarazzo: un breve romanzo, poco più di cento pagine, mi ha fatto commuovere fino alle lacrime. Lo ha scritto Gianrico Carofiglio e, questa volta, non è un giallo. Einaudi lo presenta così: “Un padre e un figlio. La storia di un incontro che li cambierà per sempre. Un commovente romanzo di scoperte e formazione.”

Incentrato sul rapporto padre-figlio il romanzo di Carofiglio Le tre del mattino

Scrivere su un blog, un diario personale digitale, ha un presupposto: la sincerità con i pochi, ma preziosi, lettori. Ebbene: mi sono commosso perché “Le tre del mattino” è incentrato sul rapporto padre-figlio e sui molti, troppi “non detti” che spesso lo caratterizzano. Mi ha ricordato la mia vita, mi sono rivisto in Antonio, il protagonista del libro.

Mio padre è morto quando avevo 33 anni, avevamo fatto appena in tempo ad avvicinarci, dopo anni di discussioni. Tutto nasceva da alcune diversità di carattere; piccole divergenze capaci di generare grandi e sorprendenti equivoci, certamente non immaginabili dai tanti che vedevano in me, del tutto a ragione, il suo “clone fisico”. Come credo sia accaduto a molti, mi resi conto subito, davanti al suo letto di morte nell’ospedale di Pescara, che imperdonabilmente non avevo fatto in tempo a porgli tante domande, ostacolato anche da una sua enorme, pervicace, riservatezza. Si può dire che non ho mai pienamente conosciuto l’uomo, la persona di nome Guido. Un padre che, lo percepivo, adorava il suo unico figlio ma, comunque, provava imbarazzo anche al solo abbracciarlo. Un professore-preside, nato nel 1925, che non aveva mai conosciuto suo papà Tommaso, morto in guerra.

La scoperta del padre.

Il libro di Carofiglio è completamente incentrato sulla scoperta del padre da parte di Antonio. Un ragazzo figlio di un insegnante abbastanza noto, matematico di una certa importanza, costretto a fare i conti da giovane con l’epilessia idiopatica e con la separazione dei genitori. Anche la madre è una insegnante, di lettere (anche qui analogie con il vostro novello blogger) ed è completamente assorbita da quello che è il suo lavoro.

Ma io ormai volevo sapere cosa era successo dopo. D’un tratto mi pareva urgente. Com’era successo, che dopo essersi lasciati da ragazzi, si fossero ritrovati, si fossero sposati, mi avessero messo al mondo e di nuovo avessero deciso, definitivamente, di separarsi? Cosa era accaduto? Chi lo aveva deciso, quella seconda volta? Avevo sempre dato per scontato che fosse stato mio padre, ma adesso molte convinzioni su cui avevo fondato il mio stesso senso di identità – chi ero e perché ero in un certo modo e di chi era la colpa – perdevano consistenza, diventavano elusive, suggerivano altro.

Tutto avviene nel volgere di alcune giornate, a Marsiglia. Città nella quale vanno, senza la madre, per un controllo medico. Accade che il padre racconti ad Antonio della sua adolescenza, di quello che ha provato per la madre, persino della sua prima esperienza sessuale con una prostituta. A causa di una “prova da scatenamento” che deve confermare la guarigione di Antonio, devono rimanere svegli entrambi per 48 ore consecutive. Marsiglia è bellissima, si fanno il bagno insieme, prendono il sole, non dormono mai, comunicano con il Jazz, riescono ad avere quel dialogo che non hanno mai avuto.

Si fa leggere.

Così sul Corriere il critico Antonio D’Orrico: «Le tre del mattino è un romanzo che sfiora la perfezione: non c’è una parola da aggiungere, una parola da levare. E regge il confronto con un titolo che è tratto da una delle più belle, vere e angosciose frasi scritte nella storia della letteratura. È una frase di un racconto di Francis Scott Fitzgerald: «Nella vera notte buia dell’anima sono sempre le tre del mattino». 

Ve lo consiglio: un romanzo breve delicato, intimo, ricco di umanità, che parla del passare del tempo.

Un libro che si fa leggere molto facilmente.  Carofiglio è convinto che «In un romanzo è importante quel che si toglie. Sono gli spazi bianchi, dove lettore e autore si accomodano insieme, e guardano. La mia regola preferita? La numero 17 del classico manuale di William Strunk (The elements of style): “Lascia perdere le parole inutili”»).

Segnalo che in Audible c’è la versione audiolibro, letta dall’autore.

L’incipit.

Non so dire quando cominciò. Forse avevo sette anni, forse qualcosa di piú, non ricordo con precisione. Da bambino non ti è chiaro cosa è normale e cosa non lo è.
In realtà non ti è chiaro nemmeno quando sei adulto, a pensarci bene. Ma questa è una digressione e, nei limiti del possibile, vorrei evitare le digressioni.
Insomma, piú o meno una volta al mese, mi capitava una cosa strana e anche piuttosto angosciante. Senza preavviso e senza che fosse accaduto nulla, avvertivo un’impressione di assenza, di distacco da ciò che mi circondava e al tempo stesso un’amplificazione dei sensi.

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