Via di Tor Marancia 63

Cosa vedere a Roma quando pensi di aver visto tutto. Se avete già negli occhi una delle gettonatissime mete, con le quali la città eterna affascina i visitatori di tutto il mondo, posso darvi un consiglio. Mi riferisco a qualcosa che, pur frequentando spesso la Capitale, io non conoscevo, una meta meno scontata ma non per questo poco interessante.

Vi propongo di spingervi in via di Tor Marancia 63, reflex in spalla. Nel momento di una bella giornata di sole, ritagliatevi qualche ora di tempo, percorrete la Cristoforo Colombo e svoltate a sinistra quando intravvedete il palazzone della Regione Lazio. Ne vale la pena e non solo per scattare foto.

Nostra Signora di Shanghai, Mr Klevra, Tor Marancia
Nostra Signora di Shanghai, Mr Klevra, Tor Marancia

Il Museo condominale.

In 70 giorni di lavoro, 20 artisti internazionali, ad inizio del 2015, hanno trasformato il comprensorio di una borgata romana in un «museo condominiale», un distretto di arte pubblica contemporanea unico al mondo. Sulle undici palazzine del borgo hanno dipinto ben 22 murales monumentali, alti 14 metri, che danno vita a Big City Life, un progetto ideato dall’associazione culturale 999Coontemporary, finanziato da Fondazione Roma-Arte Musei e dal Campidoglio.

Elisabetta, Philippe Baudelocque, Tor Marancia
Elisabetta, Philippe Baudelocque, Tor Marancia

La chiamavano Shangai.

Vi riporto un ampio stralcio di un articolo comparso sulla rivista Internazionale il 10 aprile 2015 (subito dopo la realizzazione delle opere), a firma di Annalisa Camilli, che chiarisce il contesto socio-culturale in cui il progetto si è inserito:

Tor Marancia la chiamavano Shanghai, era un agglomerato di casupole basse, di una stanza, in cui vivevano famiglie numerose. A Shanghai le abitazioni avevano i servizi in comune, i pavimenti in terra battuta e si allagavano d’inverno, quando il fosso di Tor Carbone era in piena. Le prime case furono costruite nel 1933 dal governatorato di Roma su una zona paludosa in piena campagna, vicino alla Garbatella. Per i continui allagamenti e la densità abitativa, la borgata si guadagnò il nome della più grande città cinese, Shanghai, la metropoli del mondo più vulnerabile alle alluvioni.

Nel quartiere, tirato su in cinquanta giorni, furono trasferiti gli abitanti del centro storico di Roma, quando le loro case furono abbattute dal regime fascista per costruire via dei Fori Imperiali. Andarono a vivere a Shanghai anche famiglie di emigranti che arrivavano dal centro e dal sud dell’Italia. Nel 1948 Shanghai era così malsana che fu deciso di raderla al suolo e di costruire al suo posto i caseggiati popolari, oggi gestiti dall’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale (Ater). “Siamo arrivati a Tor Marancia d’estate”, racconta Franco Romani, uno degli abitanti più anziani del quartiere. “Ma da ottobre a marzo le case si allagavano, diventavano come palafitte, esondava il fosso con tutti i pesci e riuscivamo a pescare direttamente in cucina”, ricorda.

via di Tor Marancia 63
La vita quotidiana nel museo condominiale di Tor Marancia 63

Scrive ancora Annalisa Camilli:

Quando lo street artist Mr. Klevra è arrivato per la prima volta a Tor Marancia racconta di aver visto una scritta sul muro di una delle palazzine del primo lotto, “Welcome to Shanghai”, e di esserne rimasto colpito. “I ragazzi con cui parlavo rivendicano questo senso di appartenenza alla borgata, si fanno chiamare ‘sciangaini’, anche se la storia di Shanghai devono avergliela raccontata i nonni”, dice.

Il quartiere è noto per l’alto tasso di criminalità e di spaccio. Era originario di Tor Marancia Angelo Angelotti, uno dei componenti storici della banda della Magliana. Angelotti detto “er Caprotto” è stato accusato anche di essere complice nell’omicidio del boss della banda, Enrico De Pedis detto “Renatino”, ucciso in via del Pellegrino il 2 febbraio 1990. Raccontano i più anziani che il quartiere era considerato un covo di rapinatori, tanto che negli anni settanta chi in città voleva fare una rapina si rivolgeva ai malviventi locali. L’eroe della borgata, tuttavia, è il calciatore della Roma Agostino Di Bartolomei, nato a Tor Marancia. Lo storico capitano della squadra all’epoca della vittoria dello scudetto nel 1983, idolatrato dalla tifoseria romanista, ha imparato a giocare a calcio nel campo della chiesa di quartiere, la san Filippo Neri, conosciuta come la “chiesoletta”.

A Tor Marancia vivono attualmente circa ventimila persone e i due terzi delle case della zona sono di proprietà dell’Ater, l’ente regionale per le case popolari. Hanno diritto ad avere in affitto questo tipo di abitazioni famiglie con un reddito stabilito (un nucleo familiare non deve superare i 20.344,92 euro all’anno). La maggior parte degli inquilini abita nelle case dagli anni cinquanta, in pochi casi gli affittuari sono stati sostituiti da nuovi inquilini, spesso i figli sono subentrati ai genitori nel contratto con l’ente. Il quartiere è considerato difficile: con un alto tasso di abbandono scolastico, disoccupazione e presenza della criminalità organizzata.

L’opera che mi ha colpito di più.

Oggi in via di Tor Marancia 63 c’è ancora la più bella street art di Roma, del tutto conservata. Il mio murales preferito? Il Bambino Redentore dell’artista francese Seth: ha il pregio di raccontare una storia del quartiere attraverso un bambino che sale delle scale colorate e guarda oltre i palazzi di cemento del caseggiato. L’opera è dedicata a Luca, che abitava proprio nel palazzo ed è morto dopo un incidente avvenuto mentre giocava a calcio.

Il bambino redentore, Seth, 2015, Tor Marancia
Il bambino redentore, Seth, 2015, Tor Marancia

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