Chiamatemi Ismaele: Moby Dick

Ho pensato di avviare una nuova rubrica. Chiamatemi Ismaele, da oggi, è il nostro appuntamento con l’Incipit.  Le prime righe di un libro hanno un’importanza determinante: ogni scrittore sa che deve catturare il lettore, incuriosirlo, suscitare in lui degli interrogativi, gettare un’esca per convincerlo ad andare avanti. Per me come inizia un libro è essenziale: non ne ho mai acquistato uno, né cartaceo né ebook, senza aver prima letto l’Incipit. Questa rubrica ha proprio lo scopo di invogliare a leggere il libro del quale riporto le frasi iniziali.  Perché le ho dato questo nome? Per omaggiare uno degli Incipit più famosi della letteratura del ‘900.

Moby Dick di Herman Melville

Non potevo quindi che partire dal libro che mi ha ispirato. Il suo Incipit mi cattura per due motivi: voglio sapere di più su Ismaele e sulla sua urgenza di imbarcarsi e mi viene da pensare che per me la letteratura è ciò che per lui è il mare, «il sostituto che io trovo a pistola e pallottola».

Moby Dick Hermann Melville, Einaudi

Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa ch’io vi dica quanti – avendo poco o punto denaro in tasca e niente che particolarmente m’interessasse a terra, pensai di mettermi a navigare per un po’, e di vedere così la parte acquea del mondo. Faccio in questo modo, io, per cacciar la malinconia e regolare la circolazione. Ogniqualvolta mi accorgo di mettere il muso; ogniqualvolta giunge sull’anima mia un umido e piovoso novembre; ogniqualvolta mi sorprendo fermo, senza volerlo, dinanzi alle agenzie di pompe funebri o pronto a far da coda a ogni funerale che incontro; e specialmente ogniqualvolta l’umor nero mi invade a tal punto che soltanto un saldo principio morale può trattenermi dall’andare per le vie col deliberato e metodico proposito di togliere il cappello di testa alla gente – allora reputo sia giunto per me il momento di prendere al più presto il mare. Questo è il sostituto che io trovo a pistola e pallottola. Con un ghirigoro filosofico Catone si getta sulla spada; io, quietamente, mi imbarco. Non c’è niente di straordinario in questo. Basterebbe che lo conoscessero appena un poco, e quasi tutti gli uomini, una volta o l’altra, ciascuno a suo modo, si accorgerebbero di nutrire per l’oceano su per giù gli stessi sentimenti miei.

Vi riporto un brano pubblicato da Il Post.

«Moby Dick, tradotto per la prima volta nel 1932 da Cesare Pavese, racconta il viaggio di una baleniera, il Pequod, comandata dal capitano Achab, a caccia di una enorme balena bianca, Moby Dick. Oltre a descrivere le scene di caccia, nel libro ci sono riflessioni scientifiche, religiose, filosofiche e artistiche che ruotano attorno al protagonista del libro, Ismaele, l’alter ego dello scrittore. Nel libro ci sono anche molte citazioni storiche, epiche e della Bibbia. Il racconto di Melville prende spunto da due fatti reali: l’affondamento della baleniera Essex nel 1820, dopo che fu urtata da un’enorme capodoglio, e l’uccisione del capodoglio Mocha Dick intorno al 1830, nelle acque al largo di un’isola cilena. Nel libro, la caccia a Moby Dick da parte della baleniera Pequod comandata dal capitano Achab dura tre anni. I personaggi del libro sono quasi tutti membri dell’equipaggio, incluso Ismaele, il narratore. […] Moby Dick, ritenuto da molti critici il suo capolavoro, fu dedicato da Melville all’amico e scrittore Nathaniel Hawthorne».

Il Banco del Mutuo Soccorso.

Voglio dirvi anche che Moby Dick mi fa tornare in mente un brano del Banco di Mutuo Soccorso (posto il video). Una canzone del 1983 che racconta il viaggio della balena, reso difficile da insidie e pericoli, ma in grado di riservare inaspettate e piacevoli sorprese. La canzone del Banco ci diceva: non smettete mai di sognare. Vale ancora oggi.

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