Robert Capa, foto dentro la guerra

«Era ancora molto presto e molto grigio per delle buone fotografie, ma l’acqua e il cielo, entrambi grigi, rendevano i piccoli uomini, che schivavano le pallottole sotto i disegni dell’intellighenzia anti-invasione di Hitler, davvero suggestivi».

Parole di Robert Capa, foto dentro la guerra, scattate dall’unico corrispondente fotografo presente sul fronte del D-Day, per intenderci “con le gambe in acqua”, mentre gli alleati, in quel giorno storico, il 6 giugno 1944, sbarcavano sulle spiagge della Normandia. È questa emozione che potete cogliere, anche se non siete appassionati di fotografia, andando ad Ancona, nella sorprendente Mole Vanvitelliana, per la mostra dedicata alla figura di spicco del fotogiornalismo del XX secolo.  Davanti a voi il punto di vista di chi voleva sempre essere ad un metro dalla storia, incurante del pericolo.

Robert Capa
Robert Capa, ovvero Endre Friedmann

Senza barriere.

«Se le tue foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino». In questa frase l’essenza della fotografia di Capa, il cui vero nome era Endre Friedmann, ungherese del 1913, nato a Budapest. Nella presentazione della mostra si dice che eliminando le barriere tra fotografo e soggetto, le sue opere raccontano la sofferenza, la miseria, il caos e la crudeltà della guerra.

La rassegna è articolata in 13 sezioni e oltre 100 scatti in bianco e nero che ritraggono 5 grandi conflitti mondiali del XX secolo, di cui Capa è stato testimone oculare. Ha documentato la resistenza cinese all’invasione giapponese del 1938, ha seguito lo sbarco degli alleati in Sicilia (ad Ancona sono esposti vari scatti, alcuni davvero straordinari, realizzati nell’isola e poi risalendo l’Italia fino a Napoli e Cassino). Altre foto testimoniano la liberazione di Parigi nel 1944, l’invasione della Germania nel 1945, il viaggio in Unione Sovietica nel 1947, la fondazione ufficiale dello stato di Israele nel 1948 e infine il suo ultimo incarico in Indocina nel 1954, anno della sua morte vittima di una mina anti-uomo, a soli quarant’anni.

Sicilia, agosto 1943.

Nella foto che segue sto guardando lo scatto che mi ha colpito di più, datato 4-5 agosto 1943: “contadino siciliano indica a un ufficiale americano la direzione presa dai tedeschi, nei pressi di Troina”. Sono i giorni successivi allo sbarco degli alleati in Sicilia. Sono i giorni anche di un incontro straordinario, tra il grande fotografo e il padre di Montalbano.

Robert Capa, Sicilia 4-5 agosto 1943

Quando Camilleri incontrò Capa.

«Appena la prima jeep americana arrivò, nel luglio del ’43, a Serradifalco dove la mia famiglia si trovava sfollata, agguantai una bicicletta e mi diressi verso il mio paese, Porto Empedocle, per avere notizie di mio padre che era rimasto lì durante lo sbarco alleato. Fu un viaggio allucinante, colonne americane fatte di carri armati giganteschi, camion stracolmi di soldati, cannoni, viveri, munizioni, jeep lanciate a velocità folle andavano verso il fronte, in senso inverso al mio e spesso mi trovai dentro un fosso o su un prato.
Traversai paesaggi di morte. Uno ne ricordo in particolare, un uliveto dove era avvenuto uno scontro tra carri armati italiani e carri armati americani. Tutto appariva bruciato, di un colore nero-marrone scuro; dentro i nostri carri, vere scatole di sardine sventrate, c’erano ancora i corpi dei nostri soldati. Arrivato in paese, seppi che mio padre era salvo, si trovava sul porto. Non ebbi la forza di andare da lui, mi diressi verso casa, avevo l’assoluta necessità di lavarmi, di distendermi su un letto. Ma dal portone di casa si partiva e procedeva lungo le scale un’ordinata fila di soldati americani ognuno munito di sapone e asciugamano: avevano scoperto che il mio appartamento era uno dei pochi muniti di vasca da bagno e doccia e lo stavano adoperando. Spiegai chi ero (quasi tutti erano figli di siciliani emigrati negli Usa e parlavano il dialetto) e mi cedettero immediatamente il primo posto nella fila.
In casa non c’era un mobile, uno specchio, una sedia, un libro, niente, mio padre mi spiegò dopo che approfittando dei bombardamenti che avevano preceduto lo sbarco gli sciacalli si erano portati via tutto.
Per dormire, si era procurato una branda militare e ne trovò un’altra per me. Su quella branda ho fatto, per la stanchezza e le emozioni, uno dei sonni più profondi della mia vita. All’indomani, e non so ancora spiegare il perché, appena aperti gli occhi, mi vennero a mente i templi di Agrigento. Ero sicuro che i bombardamenti li avevano danneggiati. Volevo vederli, controllare di persona. Inforcai la bicicletta e cominciai a pedalare. Non so come riuscii a fare la salita della Catena, tutta la stanchezza del giorno prima era di colpo tornata. Dall’alto, il porto era una babilonia di navi e di anfibi, navi si vedevano in attesa a perdita d’occhio. Inoltre c’erano, sospesi in aria, decine e decine di enormi palloni che avrebbero dovuto impedire un attacco aereo ravvicinato. Ormai pedalavo sbandando. Un negro su una jeep ebbe pietà di me e mi caricò con tutta la bici, lasciandomi proprio ai piedi del tempio della Concordia.
Nella luce abbagliante di quella mattina di luglio, il tempio m’apparve intatto. Nello spiazzo antistante c’era un soldato americano che stava fotografando il tempio. O almeno tentava. Perché inquadrava, scuoteva la testa, si spostava di qualche passo a sinistra, scuoteva nuovamente la testa, si spostava a destra. A un tratto si mise a correre, si fermò, cercò un’altra angolazione. Neppure questa volta si mostrò contento. Io lo guardavo meravigliato. Il tempio quello era, bastava fotografarlo e via. Che cercava? Doveva essere un siciliano, lo si capiva dai tratti, forse voleva portare un ricordo ai suoi familiari in America. In quel momento, fummo assordati da un rumore di aerei e di spari. In cielo, ma a bassissima quota, si stava svolgendo un duello tra un aereo tedesco e uno americano. Mi gettai a terra. Anche il soldato si gettò a terra, ma, al contrario di me, a pancia all’aria. Scattava fotografie una appresso all’altra senza la minima indecisione, la macchina tra le sue mani era un’arma, una mitragliatrice. Poi i due aerei scomparvero. Ci rialzammo, gli dissi qualcosa in dialetto. Non capì. Io non parlo inglese, ma qualche parola la capisco. Mi spiegò che era un fotografo di guerra. Mi scrisse su un pezzetto di carta il suo nome: Robert Capa. Per me, allora, un perfetto sconosciuto. Ci salutammo. Ripresi la bicicletta, tanto la strada ora era tutta in discesa.
Adesso, se mi capita di guardare una delle foto «siciliane» di Capa, di quei giorni risento persino gli odori, ricordo i suoni, le parole, i rumori. Perché Capa, come tutti i grandi artisti, non solo rappresentava il presente, ma sapeva, contestualmente, consegnarcene una memoria eternamente viva e pulsante.» (Andrea Camilleri)

Retrospective, mostra fotografica di Robert Capa, Ancona, 2019

Capa e Gerda Taro.

La carriera fotografica di Capa è legata alla sua giovane compagna Gerda Taro, a cui è dedicato “La ragazza con la Leica” il romanzo di Helena Janeczek, premiato con il Premio Strega 2018. «Un po’ per sfida, un po’ per opportunità, i due “inventano” il personaggio “Robert Capa”, un fantomatico celebre fotografo americano giunto a Parigi per lavorare in Europa. Grazie a questo curioso espediente la coppia moltiplica le proprie commesse. All’inizio, in effetti, il marchio “Capa-Taro” fu usato indistintamente da entrambi i fotografi. Successivamente i due divisero la ‘ragione sociale’ – CAPA – e Endre Friedman adottò definitivamente lo pseudonimo Robert Capa per sé. Gerda morirà sotto i cingoli di un carro armato a soli 27 anni».

Devo dire che non sono riuscito a concludere la lettura del libro della Janeczek, nemmeno ascoltandolo in audiolibro. Purtroppo ne ho ricavato l’impressione di una narrazione confusa, difficile da seguire e da apprezzare, pur essendo molto incuriosito dal personaggio di Gerda.

Gerda Taro e Robert Capa
Gerda Taro e Robert Capa

Lo scatto più famoso.

Robert Capa, foto dentro la guerra. Ad Ancona è esposta quella che può essere definita la sua fotografia più famosa di sempre: “Morte di un miliziano lealista”. Scattata durante la guerra civile spagnola degli anni ’30 (in Spagna i miliziani combattevano contro il fascismo di Franco), ritrae un soldato del fronte lealista nell’esatto istante in cui viene raggiunto dal fuoco nemico. Al momento dello scatto, Capa aveva appena ventidue anni. Anni dopo si riuscì a dare un nome al soldato colpito a morte: si chiamava Federico Borrel Garcìa, aveva 24 anni e proveniva da Alcoy, nel sud della Spagna. La morte avvenne nella battaglia di Cerro Muriano, sul fronte di Cordova.

Morte di un miliziano lealista, Robert Capa

Fotografare un’emozione.

«Questa mostra si presta a differenti letture e il visitatore potrà decidere su quale orientare la propria attenzione: la storia recente, le guerre, le passioni, gli amici. Questo perché per Robert Capa la fotografia era un fatto fisico e mentale allo stesso tempo. Una questione politica, ma anche sentimentale» afferma Denis Curti curatore della mostra, che ha ripreso fedelmente l’esposizione originariamente curata da Richard Whelan. «Se la tendenza della guerra – osserva lo stesso Whelan, biografo e studioso di Capa – è quella di disumanizzare, la strategia di Capa fu quella di ri-personalizzare la guerra registrando singoli gesti ed espressioni del viso. Come scrisse il suo amico John Steinbeck, Capa «sapeva di non poter fotografare la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Ma è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino, mostrando l’orrore di un intero popolo attraverso un bambino»

Soldato delle SS, Robert Capa, particolare
Soldato delle SS, Robert Capa, particolare

La Mostra è aperta fino al 2 giugno. Qui tutte le informazioni. Vi dico anche che ci sono anche ritratti molto belli “di amici”: ne cito uno, quello di Hemingway, che Capa chiamava “papà”.  Se vi ho convinto, non rimane che organizzare una gita ad Ancona e rendere omaggio al fotoreporter dello sbarco in Normandia. Qualcuno che, senza armi, è stato dentro quella scena con tutto sé stesso.

Mostra Retrospective, Robert Capa, Ancona, Mole Vanvitelliana

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