Mi chiamo Ricciardi vedo i morti

Ho colmato, da poco, una lacuna. E ne sono felice. Da appassionato giallista, non avevo mai approcciato il Commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni. Eppure gli ingredienti c’erano tutti: una città come Napoli, ambientazione delle vicende, che ho imparato ad amare da qualche tempo; ed un personaggio affascinante che potrebbe presentarsi così: mi chiamo Ricciardi, vedo i morti.
Mi sono deciso ad iniziare “la saga” senza farmi spaventare dai tredici gialli già pubblicati. Forse perché ho letto la raccolta Sbirre ed il racconto che mi aveva convinto di più, “Sara che aspetta”, era proprio di de Giovanni.

Mi chiamo Ricciardi vedo i morti
Il giallo con il quale ha preso avvio la serie del Commissario Ricciardi: iniziate da qui

“Luigi Alfredo Ricciardi, l’uomo senza cappello, era commissario di pubblica sicurezza presso la squadra mobile della regia questura di Napoli. Aveva trentun anni, quanti erano gli anni di quel secolo. Nove dell’èra fascista. […] Vedeva i morti. Non tutti e non a lungo: solo quelli morti violentemente , e per un periodo che rifletteva l’estrema emozione, l’energia improvvisa dell’ultimo pensiero. Li vedeva come in una fotografia che fissava il momento in cui si era conclusa la loro esistenza […] L’immagine del morto con i segni delle ferite e l’espressione dell’ultimo atto prima della fine; e le ultime parole, ripetute incessantemente, come a voler finire un lavoro cominciato dall’anima prima di essere strappata via”.
E’ un segreto che ha coltivato fin da bambino e che lui chiama il Fatto.

L’intuizione felice di de Giovanni è aver collocato le vicende nella Napoli degli anni Trenta, aggiungendo alle indagini il clima degli intrighi politici del periodo fascista. Vi riporto la descrizione del vicequestore Garzo, il superiore di Ricciardi. Attualissima. Sono sicuro che ad ognuno di voi farà venire in mente qualcuno che conosce.

“Antonio Garzo era un arrivista. Tutta la sua vita, non solo la carriera, era improntata a quella pulsione; alle soglie dei quarant’anni mordeva il freno per avere in assegnazione una questura, anche minore. Pensava di possedere tutti i requisiti: bella presenza, ottime relazioni, una famiglia perfetta, dedizione al lavoro, iscrizione al partito e partecipazione ad ogni iniziativa politica, attitudine a compiacere i superiori e polso fermo con i sottoposti. Si considerava dotato di capacità organizzative, era un presenzialista coscienzioso e costante, moderatamente mondano e, a proprio giudizio, simpatico a sufficienza. Ma in realtà, si trattava di un inetto”.

Il prestigioso Teatro San Carlo di Napoli: il delitto su cui indaga Ricciardi ne “Il senso del dolore” avviene qui. Viene ammazzato Arnaldo Vezzi, il più grande tenore del suo tempo, uno “non bravo, celestiale”

Napoli è bellissima nelle pagine di de Giovanni: ritrovi le atmosfere, gli angoli noti, i caffè (Ricciardi a pranzo si concede spesso la sfogliatella del Gambrinus), i negozi, i rumori e i silenzi. Via Toledo, piazza Dante, il Vomero, il Teatro San Carlo, il mare d’inverno spazzato dal vento, i quartieri Spagnoli con il loro dedalo di vicoli, miserie e umanità.

Convincente il fascino ambiguo di Ricciardi: “di statura media, magro. Scuro di carnagione, gli occhi verdi che spiccavano sul viso; i capelli neri, pettinati all’indietro e lisciati con la brillantina, liberavano talvolta un ciuffo che gli attraversava la fronte e che lui, distrattamente, metteva a posto con un gesto secco. Il naso era dritto e sottile, come le labbra. Le mani piccole, quasi femminili: nervose, sempre in movimento. Le teneva in tasca, consapevole del fatto che tradivano la sua emozione, la tensione”.

Convincente, soprattutto, il Fatto. Quella dote, che non poteva rilevare a nessuno “Gli aveva insegnato che la fame e l’amore sono all’origine di ogni infamia, in tutte le forme che possono assumere: orgoglio, potere, invidia, gelosia. Li trovi in ogni delitto, una volta semplificato all’estremo, eliminati gli orpelli dell’apparenza: la fame o l’amore, o entrambi, o il dolore che generano.

Credo sia chiaro, ora ho una dipendenza. Letteraria.

Mi chiamo Ricciardi e vedo i morti. Per chi è appassionato, segnalo il Commissario nella versione a fumetti dell‘editore Sergio Bonelli.
Lo scrittore Maurizio de Giovanni. E’ l’autore anche del romanzo “I bastardi di Pizzofalcone”.

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