Chiamatemi Ismaele: Lamento di Portnoy

La rubrica Chiamatemi Ismaele è il nostro appuntamento con l’Incipit.  Le prime righe di un libro hanno un’importanza determinante: ogni scrittore sa che deve catturare il lettore, incuriosirlo, suscitare in lui degli interrogativi, gettare un’esca per convincerlo ad andare avanti. Per me come inizia un libro è essenziale: non ne ho mai acquistato uno senza aver prima letto l’Incipit. Questa rubrica ha proprio lo scopo di invogliare a leggere il libro del quale riporto le frasi iniziali.  Perché le ho dato questo nome? Per omaggiare uno degli Incipit più famosi della letteratura del ‘900, quello di Moby Dick di Herman Melville.

La prima edizione vide la luce nel 1969 e fruttò un milione di dollari. Fu il libro che diventò best-seller in un istante. Di certo a “Lamento di Portnoy” non è mai mancato il successo di pubblico, in parte dovuto alla sua carica trasgressiva, all’utilizzo a piene mani di termini e argomenti che allora dovevano apparire non meno che pornografici. Ciò che più mi ha colpito, leggendolo oggi, ad un anno dalla scomparsa di Philip Roth, è il suo essere sostanzialmente un grande inno alla libertà. Gridato da Alex, protagonista di questo libro-monologo, maschio ebreo e figlio ribelle, devastato da una madre iperprotettiva e apprensiva. Rivolgendosi al suo psicanalista esprime il bruciante desiderio di liberarsi dal rispetto assoluto e insensato di precetti di natura solo formale e dogmatica. Il lettore, con lui, più volte è portato a gridare: Basta!

Lo scrittore Philip Roth, uno dei più grandi scrittori americani, premio Pulitzer 1997 per “Pastorale americana”. Il suo “Lamento di Portnoy ebbe subito grandissimo successo di pubblico, fu “il libro che diventò best seller in un istante”

In più, man mano che leggi capisci che la libido per Alex Portnoy è la via per ribellarsi alle usanze e tradizioni familiari. Roth lo fa esprimere con un linguaggio febbrile, che esaspera le situazioni quotidiane e produce un effetto tragico e comico insieme. Sei portato a scuotere la testa in alcuni passaggi e ridere in altri. Per questa via, il testo distrugge la morale perbenista nordamericana di quei tempi (o anche di questi tempi?) «Dottore, capisce con che dovevo combattere? Il pisello era l’unica cosa che potevo certamente considerare mia ».

I genitori “produttori di colpevolezza”

Chi ne esce a pezzi è la madre. “Lei cuce, lei fa la maglia, lei rammenda; stira perfino meglio della schvartze, con la quale, di tutte le sue amiche che posseggono ciascuna un brandello di questa anziana negra dal sorriso infantile, lei sola è buona. « Sono l’unica buona con lei. Sono l’unica che le da’ un’intera scatola di tonno per pranzo, e non sto parlando di merda, tra l’altro. Sto parlando di “Costata di Mare”, Alex. Mi spiace, non riesco a fare la tirchia, Scusa, ma non riesco a comportarmi così, anche se te ne danno due per 49 cent. Esther Wasserberg lascia in giro per casa 25 cent in monetine quando arriva Dorothy, e dopo le conta per controllare se ci sono tutte. Forse sono troppo buona » mi dice sottovoce, mentre sterilizza con l’acqua bollente il piatto in cui la colf ha appena pranzato, sola come un lebbroso « però io non sarei mai capace di fare una cosa simile » .

Il padre: “Ha sempre mal di testa, naturalmente, perché è sempre stitico; è stitico perché il suo tratto intestinale è gestito dalla ditta Preoccupazione, Paura & Frustrazione”.

Quando va a cena dai genitori: “Dottore, questa gente è incredibile! Questa gente è incomprensibile! Questi due sono i più eminenti produttori e confezionatori di colpevolezza dei nostri tempi! Me la fanno colare di dosso come il grasso di un pollo!”

La recensione di Natalia Ginzburg

La Ginzburg parlò del libro di Roth su La Stampa del 22 marzo 1970: «Questo romanzo è la confessione d’un uomo, sul divano d’un analista. È una confessione torrenziale. L’uomo parla senza sosta, chiamando l’analista a testimonio dei disastri che ha provocato sulla sua persona la figura materna. L’analista non ha voce, e non ha consistenza né dimensione. Potrebbe tacere sempre – come tace – ed essere però una presenza. Potrebbe avere una sua oscura e misteriosa realtà. Non ne ha nessuna. È una sedia vuota. […] La sfortuna di Portnoy è di avere una madre insopportabile, e di non riuscire a sopportarla. Quello che non è ciarpame, in questo romanzo, è la madre. Essa è veramente insopportabile. Rossa di capelli, con un lungo naso ebreo, essa occupa l’universo di Portnoy e vi infuria con la sua loquela, con la sua ossessiva, infernale e insieme innocente persecuzione materna. Innocente perché, pur provocando disastri, non saprà mai e non capirà mai di averli provocati. È troppo assorta nell’elogio di sé, nell’esaltazione verbosa della sua efficienza e abnegazione. [….] Penso che Philip Roth, scrivendo questo romanzo, non si fosse pienamente liberato dell’immagine materna. Il romanzo è essenzialmente la storia di un’insofferenza: l’insofferenza dei figli verso i genitori. Tutti abbiamo provato, da ragazzi, questa insofferenza. Adulti, la superiamo, andiamo oltre, guardiamo a quell’antica sofferenza, alle nostre servitù antiche, e a noi stessi, con ironia. Guardiamo ai genitori con pietà. Li perdoniamo. Li perdoniamo di colpe che magari non hanno mai commesso; ma perdonandoli, perdoniamo in verità noi stessi, per l’insofferenza, il ribrezzo, i rancori che ci hanno a lungo tormentato, e che erano i vincoli della nostra servitù infantile».

Se legge Marinelli

Devo dirvi che ho letto Lamento di Portnoy, il libro che diventò best-seller in un istante, in questo modo: avevo in casa una vecchia copia (con il prezzo ancora in lire), acquistata da me ma rimasta in libreria: mai ho trovato l’impulso decisivo per leggerla. Mi sono deciso quando ho visto l’audiolibro di Emons edizioni su Audible, stimolato dall’idea che fosse Luca Marinelli a cimentarsi nella narrazione-monologo. Il risultato è stato al di sopra delle mie aspettative: Marinelli è, semplicemente, bravissimo. Riesce con grande versatilità a rendere “la febbre” di Alex ma anche lo spirito dei suoi genitori e degli altri personaggi.

L’incipit

«Mi era così profondamente radicata nella coscienza, che penso di aver creduto per tutto il primo anno scolastico che ognuna delle mie insegnanti fosse mia madre travestita. Come suonava la campanella dell’ultima ora, mi precipitavo fuori di corsa chiedendomi se ce l’avrei fatta ad arrivare a casa prima che riuscisse a trasformarsi di nuovo. Al mio arrivo lei era già regolarmente in cucina, intenta a prepararmi latte e biscotti. Invece di spingermi a lasciar perdere le mie fantasie, il fenomeno non faceva che aumentare il mio rispetto per i suoi poteri. Ed era sempre un sollievo non averla sorpresa nell’atto dell’incarnazione, anche se non smettevo mai di provarci; sapevo che mio padre e mia sorella ignoravano la vera natura di mia madre, e il peso del tradimento, che immaginavo avrei dovuto affrontare se l’avessi colta sul fatto, era più di quanto intendessi sopportare all’età di cinque anni. Credo addirittura di aver temuto che, qualora l’avessi vista rientrare in volo da scuola attraverso la finestra della camera o materializzarsi nel grembiule, membro dopo membro, da uno stato d’invisibilità, avrei dovuto per questo morire.»

Rispondi